Le insegne aretine, tra storia e Giostra: il sigillo e il cavallo inalberato

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1947

Dal medievale sigillo aretino del milites alle insegne medievali della città di Arezzo fino ai vessilli della Giostra

Premessa

Gli emblemi cittadini sono argomento che appassiona e divide gli storici da secoli e a cui non mancano leggende o tradizioni più o meno suffragate da documentazioni.

Sfortunatamente nel sacco da parte di masnade mercenarie del 1384 Arezzo perse per sempre in un incendio il suo archivio comunale, fatto che rende per tanti argomenti le ricostruzioni dell’epoca d’oro medievale aretina frammentarie, compreso gli emblemi civici.
Inoltre l’epoca comunale abbraccia un periodo di quasi tre secoli particolarmente complessi, mentre la codificazione araldica si attesta alla fine del XII secolo, quindi dell’evoluzione degli emblemi civici “che noi conosciamo oggi sono perlopiù il risultato finale … di un fenomeno molto più aggrovigliato o l’esito di una selezione”. (V. Favini, A. Savorelli, vedi note, p. 57).
Infine si deve tenere conto che, in un tempo di forte analfabetismo effigi, disegni, stemmi o di quant’altra immagine si dotavano per i disparati comparti e per svariate modalità, ciò rende facile, e non poche volte succede, di confroderli.

N.B.: in araldica si descrive uno stemma guardandolo da dietro, come uno scudo indossato, la destra e la sinistra quindi sono invertite rispetto alla vista frontale. Per facilitare la lettura verranno indicate a vista frontale, tranne quando verrà utilizzata la blasonatura corretta.

Fonti:
le analisi formulate dal Prof. Luigi Borgia A.I.H. in “Araldica civica dell’aretino nei costumi originali degli sbandieratori”, in Le bandiere: gli aquiloni del cuore – Gli Sbandieratori di Arezzo, 50 anni di storia, Associazione Sbandieratori di Arezzo, Arezzo, 2010; e da I privilegi araldici del Quartiere di Porta Crucifera della città di Arezzo, Quartiere di Porta Crucifera, Arezzo, 2019;
a cui si aggiungono notizie tratte da: V. Favini, A. Savorelli, Segni di Toscana identità e territorio attraverso l’araldica dei comuni: storia ed invenzione grafica (secoli XIII-XVII), Le lettere, Firenze, 2006;
le informazioni sul ‘terzo stemma’ del cenotafio del Vescovo Tarlati da: S. De Fraja, Il terzo stemma del Vescovo Tarlati, da Notizie di Storia – Società Storica Aretina, n° 33, Giugno 2015

Quanto riportato è scritto per sola passione e amatorialmente, se saranno riscontrati errori, mancanze o se qualcuno vorrà integrare saranno ben accetti tutti i contributi.

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Il SIGILLO ARETINO E IL MANIFESTO DELLA GIOSTRA

Possiamo fin da subito trovare una felice assonanze tra l’immagine del cavaliere che campeggia nel poster della Giostra e un antichissimo sigillo comunale di cui conserviamo la descrizione trascritta nel Registro vecchio datato 1250 conservato presso la biblioteca di Cortona:

“… sigillo comunis Aretii … est unos homo eques in uno equo …”

ed era accompagnata dalla frase:

Aretii dignum vos urbis noscite signum”.

Secondo questa descrizione il sigillo, antico di almeno otto secoli, era un cavaliere a cavallo, un milites equestre, proprio come l’immagine del poster della Giostra.

Manifesto della Giostra, 1932 [imm. tratta da: R. Parnetti, Saluti dalla Giostra!, Arezzo, 2011]

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IL CAVALLINO INALBERATO ARGENTO E NERO

simbolo di Arezzo e di libertà

“D‘argento, al cavallo inalberato di nero, volto a sinistra”

(in araldica l’argento si blasona bianco e l’oro in giallo)

Saranno le istituzioni aretine che ufficializzeranno il cavallo volto a destra (vista frontale) con il R.D. 9 luglio 1931.

Sfortunatamente non sappiamo il momento in cui divenne insegna civica, ma le analisi comparate indicherebbero al XIII secolo. Infatti nel 1059 con l’investitura imperiale a Conte sommata alla carica vescovile fu segnata la prima tappa verso il ricostituirsi dell’autonomia territoriale aretina, il primo Console è attestato nel 1098 che successivamente diverrà organo podestarile trovando continuità durante il Duecento e a cui si alterneranno periodi di Signorie.

E’ alla fine del XII secolo che le istituzioni comunali riuscirono ad affermare la loro supremazia e giurisdizione sulle potenti istituzioni vescovile-ecclesiali e conquistare castelli e le città del contado raggiungendo un territorio paragonabile all’attuale Provincia. Da ciò sarebbe nata l’esigenza di dotarsi di un emblema identificante la nuova Città-Stato’ differenziandolo dalle insegne del Comune.

Nel Medioevo

Perché argento e nero, originali o mutati?

Tenendo ferma la possibilità che l’argento/nero siano gli originali, la tradizione vorrebbe che in principio fosse d’argento su campo rosso o rosso su campo argento e che nel 1313, per lutto della morte dell’Imperatore Arrigo VII, gli fossero stati cangiati il colore in morello (il manto nero nei cavalli) e il campo in argento. Altri invece annotano solo una inversione.

Queste teorie però non sono supportate da nessun documento coevo, né scritto né illustrato, ma sorte in più varianti solo nei secoli successivi (dal XVI secolo in poi). Ciò porta più autori ad annoverarle come “invenzione della tradizione credulità estranee al minimo senso storico-critico, che getta luce sulla dimensione ancora dilettantesca e provinciale degli studi di araldica e simbologia in Italia” *

Due esempi a seconda della teoria sostenuta presumibilmente databili XV-XVI e XVIII sec. [Imm. tratte da: httpswww.heraldry-wiki.comheraldrywikiindex.phpArezzo e Manoscritto 22 BCA]

Altre ipotesi più aderenti alla casistica dell’epoca prospetterebbero che, mutamento o meno, tali colori siano dovuti per meglio differenziarsi da altre città (o dagli stessi emblemi della pars populi e del Comune). Gli stemmi, più che l’estetica, servivano per distinguersi nella ‘bolgia’ delle battaglie (vessilli dei carrocci o simili) e non solo; infatti l’abbinamento bianco-argento (o giallo-oro) / rosso era ampiamente predominante nell’araldica civica dei liberi comuni fin dalla metà del XI secolo.*

Inoltre il nero, seppur non particolarmente diffuso, era ed è parte di numerosi stemmi; tutto ciò serva quanto meno a troncare un automatismo tra nero e lutto.*
* V. Favini, A. Savorelli, op cit

All’uopo si ricordi che pure Papa Benedetto XI (1240-1304, pontefice 1303-1304) nonché Siena e Ferrara avevano ed hanno emblemi argento/nero e neanche per loro sono conosciute le ragioni. A Siena, la cui balzana si attesterebbe alla metà del XIII sec., il Terzo di Città (luogo del primo nucleo comunale e del governo pre-comunale) aveva uno stemma crociato bianco-rosso, ciò ha fatto ipotizzare che la scelta di tali colori potesse derivare anche dall’esigenza di distinguervisi;* speculazione che potrebbe valere pure per Arezzo. *(V. Favini, A. Savorelli, op cit)
Si aggiunga anche il caso aretino del ‘terzo’ stemma tarlatesco scolpito nel cenotafio del Vescovo Guido Tarlati e riprodotto nelle Croniche del Villani, questo ‘carica’ due leoni d’oro-gialli di spalle l’uno all’altro con al centro una mitra vescovile, il tutto su campo (sfondo), appunto, nero.

Impresa di guerra, animale totemico o stemma?

Che il cavallo fosse un simbolo aretino nel Medioevo è ampiamente comprovato, ma le lacune documentaria hanno ‘permesso’ di costruire … leggende … che spaziano da una sua concessione addirittura al tempo dei romani e altri che lo vorrebbero insegna civica solo dal XVI secolo, annoverandolo precedentemente alla stregua di una impresa di guerra.

Stando invece ai documenti, numerosi sono i letterati che lo riportano già tra il Due e il Trecento:

da un Sirventese di Fazio degli Uberti del 1335

“Vedrai menar la stragghia

al cavallo sfrenato

più anni ammantellato … “;

da scritto del lucchese Pietro Faitinelli vissuto tra la fine del Duecento e il Trecento:

“… Mugghiando va il Leon per la foresta,

ed ha seco il Caval, ch’è disfrenato … “;

da Antonio Pucci, autore trecentesco fiorentino:

“Il veltro e l’orsa e ‘l cavallo sfrenato

han fatto parentado col lione

la volpe, il toro e ‘l grifone …”.

Questi testi sembrerebbero avvalorare la tesi di animale totemico, ma a contrario la specifica della caratteristica positura, coerente in tutti e tre i testi e presente solo per l’animale aretino, confermerebbe una già avvenuta blasonatura e di conseguenza l’essere uno stemma a tutti gli effetti (evidentemente tanto precedentemente da essere già ben rinomata).

Ovviamente essendo comunque ‘l’unico’ animale rappresentativo della città ‘necessariamente’ veniva abbinato agli animali iconici delle altre città ed inoltre nulla quaestio con la tesi in incipit se il cavallo fosse prima, anche, stato l’animale totemico cittadino e poi passato come insegna a ‘tutti gli effetti’.

Immagine presente nel pavimento del Duomo di Siena datata tardo Trecento in cui vorrebbero essere riprodotti gli animali totemici delle città al tempo della Tuscia. In alto il cavallo di Arezzo.

Lo conferma anche l’essere inserito in monete e sigilli nella tipica blasonatura, certificandone una già ‘natura istituzionalizzata’

Al centro il Santo Donato, a sinistra l’insegna crociata e a destra stemma con cavallo inalberato [imm. tratta da “Le bandiere… op cit]

Dopo il Medioevo (dal 1384 Arezzo è sotto egida fiorentina)

Volto a destra o a sinistra?

Come visto oggi il cavallo è volto a destra anche se, come nella moneta appena riprodotta e in altre fonti convergenti, l’originale fosse volto a sinistra; lo si dedurrebbe anche perché da ‘parte aretina’ per secoli è stato così posto, mentre ‘per parte fiorentina’ (il motivo è sconosciuto) era spesso voltato a parte opposta.

Si aggiunga pure che la regola araldica vorrebbe gli animali voltati a sinistra, con ciò costituendo il cavallo in parte opposta una eccezione senza documentata motivazione.

Due immagini con il cavallo nella doppia posizione. A sinistra lo stemma Seicentesco presente nelle Cappelle medicee a Firenze; a destra da fonte aretina Settecentesca [imm. tratta da: Le bandiere… op. cit.]

armoriale con le insegne di varie città toscane ove di sette animali solo il cavallo aretino guarda a destra [imm. tratta da  V. Favini, A. Savorelli, op cit]

Sempre volto a sinistra (si ricordi: a vista frontale) è riprodotto ancora nel XVI secolo nelle vetrate del Duomo di Arezzo eseguite da Guglielmo di Marcillat terminate nel 1524, nel basamento della statua di Ferdinando I del 1594 realizzata su bozzetto del Gianbologna (per entrambe vedi sotto) e nelle copertine degli Statuti aretini del 1539 e 1580.
La coerenza in queste importanti opere, nonché la loro ‘ufficialità‘, ancora a duecento anni dalla presa della città da parte fiorentina lascerebbe pochi dubbi sulla corretta positura.

i frontespizi degli Statuti aretini del 1539 (a sinistra) e 1580 (a destra, vedasi in basso a destra)

Ciò nonostante la contrastante doppia raffigurazione seguiterà per i restanti secoli nell’araldica privata o pubblica e non impedì che negli anni Venti del secolo scorso alcuni tra i più eminenti storici aretini dall’‘invaghirsi’ dell’immagine volta a destra, costituendovi la narrazione di un cavallo che rifugge dall’essere domato (i cavalli si montano dal lato sinistro) rispecchiante il carattere della città.

Anche quest’ultima ‘teoria’ però non ha nessuna base documentaria e tanto meno trova riscontro in araldica, anzi è in contrasto con entrambe; ciò nonostante si diffuse fino a condizionarne l’ufficialità (non l’unica causa) della sua attuale positura verso destra che avverrà con Regio Decreto nel 1931.

A conferma della scarsa attenzione alle regole araldiche, anche l’arme con la Chimera del Quartiere di Porta del Foro, disegnato per uno dei costumi da vessillifero comunale nel 1930, è rivolta a destra.

Da stemma civico a simbolo di libertà

Ancora agli inizi del XX sec. anche gli storici più composti ne rimarcavano l’iconografia per antonomasia della ricercata libertà cittadina, le cui basi non sono solo dovute alla sua effige, ma nascerebbero a seguito dei fatti della ribellione del 1502:

dal cronista Rondinelli apprendiamo che: ” … un Cavallo, che è l’insegna della Città … ” era posto sopra la porta cittadina di Santo Spirito e da un Racconto di Arcangelo Visdomini sappiamo che il 18 giugno gli aretini presero la Fortezza (che ospitava il contingente militare fiorentino) sostituendo “l’arma” della Repubblica fiorentina con il “cavallo nero”.

Due testimonianze chiarissime e coerenti significanti che nei primissimi anni del XVI secolo il cavallo era sicuramente, ancora, una insegna non solo formalmente, ma anche riconosciuta e radicata nel popolo, come ben si evince dal gesto eclatante e simbolico riportato dal Vidismondi.

Ma ciò che importa davvero e che supera anche eventuali imprecisioni, è che il cavallo sfrenato-inalberato sia da secoli sentito e percepito dagli aretini sinceramente come icona e simbolo della millenaria storia della città (L. Borgia, Araldica civica…)