Lo scorso 14 luglio, Enrico Carboni si è laureato con la votazione di 110 e lode in Scienze dei servizi giuridici del Dipartimento di Giurisprudenza con una tesi innovativa intitolata “La Giostra del Saracino come espressione identitaria della Città di Arezzo” (relatrice la prof.ssa Annalisa Gualdani).
I punti centrali del suo lavoro vanno oltre alla Giostra del Saracino in quanto semplice e conclamata competizione cavalleresca ma si pone l’obiettivo di analizzare la stessa come un patrimonio culturale immateriale vivente: un insieme di rituali, saperi e memoria collettiva. Carboni inquadra il Saracino dal punto di vista normativo, partendo dalla Convenzione UNESCO del 2003 fino alle leggi italiane sulle rievocazioni storiche più recenti. L’obiettivo è dimostrare che la Giostra ha diritto a tutele e valorizzazioni giuridiche più solide a livello nazionale. Lo studio sottolinea inoltre che la Giostra esiste solo grazie al tessuto sociale che la sostiene ogni giorno: i Quartieri, le associazioni e i cittadini che si impegnano a tramandarla. Senza questa comunità attiva, resterebbe solo una bella scenografia. Per una volta la Giostra del Saracino è uscita dalle animate, e spesso ottuse, discussioni da bar, dalla faziosità e campanilismo presente nei quartieri per entrare nel mondo del diritto, ricevendo una legittimazione accademica che ne dimostra l’enorme valore identitario e culturale per la città di Arezzo.

Innanzitutto congratulazioni neo Dottore e complimenti per il bellissimo studio e lavoro che hai condotto sulla Giostra del Saracino, facendola balzare per l’ennesima volta agli onori della cronaca inquadrandola sotto un’ottica che non tutti conoscono. Come è nata l’idea di fare la tesi proprio su questo tema particolare riguardante la Giostra del Saracino?
L’idea è venuta in modo naturale. Avendo una formazione da Storico dell’arte specializzato nel diritto dei beni culturali, quando ho deciso di intraprendere questo nuovo percorso di studi per perfezionarmi su materie giuridiche utili alla mia crescita professionale, ho capito che la Giostra del Saracino era un perfetto caso di bene immateriale. Chi vive ad Arezzo sa che la Giostra è il cuore pulsante della nostra comunità, eppure all’esterno viene ancora, troppo spesso, vista come una semplice rievocazione folkloristica limitata a due giornate all’anno.
Volevo con questo studio sfidare questo stereotipo e dare alla Giostra la dignità giuridica che merita. Applicando gli strumenti del diritto, partendo dalla Convenzione UNESCO del 2003 fino alle più recenti leggi sulle rievocazioni storiche nazionali e regionali, ho cercati di dimostrare che la nostra manifestazione è a tutti gli effetti un patrimonio culturale immateriale vivente. Le norme, i regolamenti e i controlli non servono a imbrigliare la passione del popolo, ma sono lo scudo necessario per proteggerla, metterla in sicurezza e garantirne il futuro.
Il lavoro è stato sicuramente lungo, fatto di ricerche, intervistando l’intero tessuto sociale che gravita attorno alla Giostra del Saracino in cerca di aneddoti e curiosità, scavando ed indagando su tutti gli aspetti di un’intera comunità che la pratica, chi la organizza, chi la tramanda e intervistando chi, orgogliosamente, ci si identifica. Come hai organizzato e pensato questa tesi dal significato del tutto innovativo, volendola farla conoscere sotto il tema di patrimonio culturale immateriale vivente?
Ho voluto impostare il testo su due binari paralleli ma per certi aspetti comunicanti. Da un lato c’è l’analisi delle normative e delle particolarità giuridiche che, seppur inconsapevolmente, trovano già oggi applicazione nelle prassi attuate ad Arezzo. Dall’altro, ed è stata la parte più emozionante, c’è stata una vera e propria indagine sul campo dove, da osservatore esterno, ho ascoltato le voci e le testimonianze di chi la Giostra la vive e la gestisce quotidianamente.
Quello che è emerso scardina completamente l’abbinamento limitante tra Giostra e semplice folklore, mettendo in luce un binomio ben più potente: quello tra Giostra e passione. Faccio alcuni esempi per spiegarmi meglio. Ho avuto conferma dalle testimonianze del ruolo cruciale delle donne, oggi sempre più centrali nella gestione strategica e nei consigli direttivi dei Quartieri, e straordinariamente concrete nel valutare un maggior coinvolgimento anche nelle attività della “Piazza”, in ruoli che tuttavia non vadano a snaturare la coerenza storica della rievocazione. Ho analizzato le modalità di trasmissione della memoria e dei saperi, scoprendo un senso di appartenenza viscerale che si traduce nella vita di tutti i giorni, partendo dal collezionismo di oggetti “giostreschi” fino alla scelta di molti quartieristi di tatuarsi i simboli del proprio Quartiere sulla pelle come massima espressione della propria passione.
Il vero motore di questa appartenenza risiede in una pluralità di riti e consuetudini che, in alcuni casi, sfuggono completamente agli occhi di chi guarda la manifestazione solo da fuori. Penso a tradizioni come lo spargere il sale sulla lizza e sulla base del Buratto per scacciare la sfortuna. Atti “scaramantici” che non sono superstizioni superficiali, ma il modo di esprimersi della cosiddetta “comunità di eredità”. Altrettanto fondamentale è il lavoro immenso fatto dai Quartieri con le scuole per coinvolgere le giovani generazioni, dimostrando che questi luoghi sono veri e propri incubatori di saperi e di memoria. È proprio questa capacità di “coinvolgere” che rende la Giostra attrattiva e capace di rinnovarsi senza perdere mai il proprio popolo.
Sposando le tesi antropologiche del Professor Fabio Dei, il risultato di questa indagine è stato chiaro: i beni immateriali come la Giostra del Saracino non devono essere tutelati dall’alto delle istituzioni, ma sono protetti dal popolo stesso che li vive ogni giorno. In questo sistema strutturato i quartieri e le associazioni sono un eccezionale generatore di relazioni che produce identità e appartenenza per 365 giorni all’anno.
Conoscendoti personalmente so e sappiamo quanto ci tieni a questa manifestazione. C’è o ci sono delle azioni concrete da mettere in campo per consacrarla una volta di più e/o definitivamente? E perché no proprio studiare un modo o creare un gruppo di lavoro che si occupi o almeno provi a fare riconoscere la Giostra del Saracino come patrimonio immateriale dell’Unesco?
Per fare un salto di qualità definitivo, la strada tracciata dallo studio suggerisce due azioni concrete. La prima è investire sulla formazione e sulla consapevolezza interna. Il popolo della Giostra deve essere consapevole e cosciente della sua manifestazione, del valore che genera (immateriale e materiale) ma anche conoscere gli strumenti giuridici che oggi tutelano le rievocazioni storiche a livello nazionale e regionale, sfruttando appieno le opportunità offerte, ad esempio, dal Terzo Settore. La seconda azione riguarda la capacità di raccontare e documentare la nostra identità con un linguaggio contemporaneo, continuando ad investire sulla trasmissione della memoria, valorizzando quel ponte straordinario che i Quartieri hanno saputo costruire con le nuove generazioni. È lì che si custodisce il futuro della manifestazione, al di la del riconoscimento UNESCO.
Lo spirito con cui ho affrontato questo studio va esattamente in questa direzione: ho voluto che il mio lavoro fosse una forma di “restituzione” alla mia città e alla sua comunità. Non un esercizio accademico astratto, ma una raccolta organica di voci, testimonianze e riflessioni messa a disposizione di Arezzo. Uno strumento per ricordare a noi stessi, e dimostrare a chi viene da fuori, che dietro i colori e la sfida c’è un patrimonio umano straordinario che merita di essere protetto e tramandato con orgoglio e consapevolezza.
di Alessandro Dragoni






