Indossare un’emozione

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Capita raramente ad una donna provare lemozione di indossare, in Giostra, i colori delle casate del proprio quartiere. Per la 148ma edizione è capitato proprio a me.

L’emozione è iniziata molto prima, dal giorno in cui, inaspettatamente ho letto il mio nome tra quelli delle dame nella lista delle vestizioni. Quel mercoledì sera il maestro d’armi mi ha chiamata per risolvere un problema alle casine dei drink e quando sono arrivata , tutta trafelata dalla corsa fatta per risolverlo quanto prima, ho visto proiettato sul telone bianco il mio nome in mezzo agli altri. Non penso di aver mai odiato così tanto la mia miopia e il mio astigmatismo; non riuscivo a mettere a fuoco nemmeno il mio nome, ho solo sentito le braccia degli amici che mi avvolgevano e le lacrime bagnare le mie guance. Stava succedendo veramente, un sogno si stava davvero realizzando sotto i miei occhi entusiasmati e le mie gambe poco salde sul terreno.

Sabato sera, per la propiziatoria ho iniziato a realizzare cosa sarebbe successo il giorno seguente, ogni momento l’ho vissuto un po’ come se fossi fuori dal mio stesso corpo, l’ansia mi mangiava e il mio sguardo ne era la prova.

Domenica mattina ero stranamente riposata e pronta alla trasformazione da donna del 21mo secolo in una dama medievale. Per prima cosa ho tirato su la frangetta per scoprire la fronte intrecciando i capelli al cerchietto blu in maniera regale e pulita come vuole la tradizione di Santo Spirito. È seguito il momento del trucco ed è allora che ho sentito la magia: quella delle mani attente, precise e delicate delle quartieriste che si prendevano cura della mia immagine. Ad ogni passata di pennello sentivo che qualcosa in me stava cambiando, ero diversa: mancava solo il vestito, che mi hanno allacciato con decisione e cura nei dettagli, perché tutto doveva essere perfetto, in realtà tutto lo era già.

Sono uscita dalla porta del Bastione che camminavo sulle nuvole, il peso del mantello non mi faceva piegare nemmeno la schiena, il cuore era come se volesse uscire dal petto e prendere il volo. Ho preso il mio paggio per mano e non gliel’ho lasciata fino all’entrata in Piazza. La benedizione in San Jacopo è sempre un momento commovente e stavolta è stato ancora più speciale. Avrei voluto una macchina fotografica per le emozioni, provare a bloccarle nel tempo per riviverle all’infinito, più cosciente e meno spaventata della loro precarietà. Ma forse è il bello di questi momenti: sono fugaci, inafferrabili, finiscono proprio nel momento in cui inizi a realizzare cosa sono.

La sfilata inizia a passo veloce verso San Domenico: emozionante, tutti insieme, tutto il quartiere, dietro l’emblema, al suono dei tamburini e dei cori dei quartieristi che accompagnanoe incitano alla vittoria.

Da quella piazzetta inizia la “verasfilata: dame e paggi seguono gli sbandieratori staccati dagli schieramenti degli armati. Estremamente realista come scelta di regia per la tradizione giostresca, ma che lascia l’amaro in bocca a chi, come me, vorrebbe poter sfilare a testa alta sotto il proprio vessillo.

Dal Duomo inizia la discesa lungo Corso Italia e si incontrano tutti i quartieristi degli altri quartieri: Porta del Foro al Prato, Porta Sant’Andrea alla Pieve, Porta Crucifera a San Michele. A questo punto mancava solo imboccare Via Roma: allora ho alzato lo sguardo verso le colombacce e i miei occhi si sono intrisi di lacrime di orgoglio, di gioia, di amore. Gridavano così forte che non sono riuscita a trattenere le lacrime e chinando la testa con rispetto e gratitudine mi sono lasciata andare alla commozione.

Ultimo colpo di mortaio, si aprono le porte del cancello di Piazza Grande, il mio cuore ha saltato un battito, ho stretto la mano ancora più forte al mio paggio, come se quella stretta potesse in qualche modo riuscire a fermare le gambe che tremavano, e via un passo dietro l’altro lungo la lizza sotto gli sguardi di tutta la città.

La Giostra è andata com’è andata, noi siamo tornati ordinati e a testa alta verso il Bastione senza cancellare la gioia di indossare quei colori nei nostri cuori. Nel mio cuore.

di Elisabetta Bidini